La Sogin (ex Fabbricazioni Nucleari) sta tentando di scippare il ricorso al Tar del Piemonte – che le aveva dato torto – e spostarlo a Roma. Scippo legale, ma pur sempre di scippo si tratta. Per maggiori informazioni, riproduciamo un articolo di prima pagina de Il Secolo XIX.
Lino Balza, Medicina Democratica
Nucleare, il blitz della discarica in Piemonte
di Matteo Indice, da “Il Secolo XIX” del 30 maggio 2009
Bosco Marengo, piccolo centro piemontese, al centro di una delicata partita giudiziaria. Il Consiglio di Stato riavvia in poche ore il sito provvisorio di scorie radioattive. La legge lo vieterebbe
BOSCO MARENGO (ALESSANDRIA). Nella piazza principale del paese la statua di Papa Pio V – il concittadino più illustre – ha un braccio alzato per benedire tutti. E cinque secoli dopo forse ce n’è bisogno, in quest’angolo di Piemonte punteggiato di campi e cascine e fabbriche. Perché Bosco Marengo, 2500 anime a sessanta chilometri scarsi da Genova, ha rischiato d’essere il granello di sabbia che inceppa lo smaltimento delle scorie nucleari in Italia, e il successivo rilancio delle centrali. Almeno finché il Consiglio di Stato, con un pronunciamento a tempo di record nella nazione della giustizia-lumaca, non ha rimesso in moto (per ora) un meccanismo che frulla interessi enormi . I fatti. Con un’ordinanza del 22 maggio scorso il Tar piemontese aveva stoppato la demolizione dell’ex Fabbricazioni Nucleari, che negli anni ’80 produceva combustibili per reattori e contiene tuttora – come altre località italiane – prodotti radioattivi. Il ministero dello Sviluppo economico, con un decreto ad hoc, aveva ordinato che dopo essere stata demolita diventasse discarica di se stessa, ancorché «provvisoria». Peccato che una legge di sei anni fa dicesse l’opposto, obbligando per motivi di sicurezza a convogliare i rifiuti e gli eventuali residui di smantellamento sparsi in tutt’Italia, in un luogo unico ed «entro il 31 dicembre 2008». Quel posto non è mai stato individuato. E con la necessità di liberarsi dei materiali esausti e ormai inutilizzabili, per poter ragionare sulla nascita delle nuove centrali, si è cercata una specie di scorciatoia. Ovvero: non più una Grande discarica, ma tante e «temporanee» in corrispondenza dei vecchi siti nucleari (centrali o punti di stoccaggio), in attesa di trovare quel singolo buco che forse non comparirà mai. Si doveva cominciare proprio da Bosco Marengo, centro piccolo, un «caso pilota». Ed ecco che bocciata dai magistrati l’opzione Bosco, rischiava di prodursi un effetto domino: negli altri luoghi destinati a ospitare le scorie, i giudici potrebbero infatti dire no contando sul precedente creato in provincia di Alessandria. E senza una pista precisa per lo smaltimento, s’allungherebbero a dismisura i piani di lancio degli impianti futuri.
Giovedì pomeriggio, nuovo exploit: il Consiglio di Stato (il secondo grado del Tar) ha cancellato lo stop dopo aver ricevuto al mattino il ricorso del gestore, dando nuovamente via libera. Una decisione-lampo presa senza interpellare le associazioni ambientaliste (che avevano vinto il primo round tramite l’avvocato Mattia Crucioli) e adottata «per motivi di gravissima urgenza». Un segno, inequivocabile, di quanto sia importante su scala nazionale la partita energetica iniziata in un piccolo centro di campagna. Perché se passa lì la filosofia delle discariche provvisorie, è probabile si riesca a farle anche altrove.
INEVITABILI DOMANDE. Il decreto ministeriale su Bosco Marengo, salvato in corner dal Consiglio di Stato, era (ed è) un blitz per velocizzare attraverso una porta di servizio la politica dello smaltimento a macchia di leopardo, che la legge in teoria esclude? Ancora: quanto sarebbe «temporanea» la presenza dei rifiuti nucleari sepolti qua e là? C’è un ultimo dettaglio. A partire dal 2020, l’Italia dovrà riprendersi tonnellate di materiali radioattivi spediti in Francia. Se non avranno ancora trovato il Deposito unico, chi si dividerà la torta francese?Si può provare a rispondere solo ripercorrendo la storia da cima a fondo, senza allarmismo. E con una precisazione. Sono stati i tecnici del ministro Claudio Scajola, a specificare con un lungo dossier inviato ai giudici, quali potrebbero essere le ripercussioni dello stop in Piemonte: «Comporterebbe – insistono – la necessità di rimodulare la situazione su tutti gli impianti nucleari». Il temutissimo blocco in effetti era arrivato, ma altri giudici lo hanno ribaltato nello spazio d’una settimana. Torniamo indietro, allora. Dopo Chernobyl’ (1986) e il referendum del 1987, centrali e depositi nucleari restano nella fase di “custodia protettiva passiva”: ferme ma non demolite, sottoposte a vigilanza e manutenzione in attesa d’imboccare la strada dello smantellamento. Che prende forma dal 1999, quand’è costituita la Sogin (Società gestione impianti nucleari spa, ministero delle Finanze socio unico e fondi ottenuti in parte con le bollette della luce) il cui compito primario è gestire la chiusura dei macchinari e lo smaltimento dei rifiuti. Non proprio tutti i centri finiscono sotto l’ala di Sogin. L’azienda pubblica controlla per esempio le quattro centrali (Trino vercellese, Caorso, Latina e Sessa Aurunca in provincia di Caserta), ma non si occupa direttamente dell’enorme deposito di Saluggia (Vercelli), in mano alla Avogardo srl.
SOGIN GESTISCE, anche, l’ex Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo. Dove la gente del posto, nel triennio precedente (’96-’99) si era già mobilitata per dire no alla trasformazione in un polo di trattamento rifiuti. «Dentro la fabbrica – ricorda Giulio Armano, ambientalista allora come oggi – c’era ancora un centinaio di dipendenti (attualmente sono 40) e ci colpì la difficoltà nell’ottenere informazioni». Riprendiamo quindi dalla Sogin e dalla necessità di smantellare in tutt’Italia. Il vicolo cieco da cui non si esce è il Deposito Nazionale dei residuati radioattivi. Dove si fa? Nel 2003 (secondo governo Berlusconi) sembra quasi fatta per Scanzano Ionico, Basilicata. La zona è considerata sicura, circondata da saline che potrebbero rappresentare la tomba “ideale” delle scorie. E va ricordato che molti studiosi considerano lo smaltimento come la parte meno pericolosa. Fra loro Piero Risoluti, direttore fino al 2001 della speciale task force dell’Enea per determinare il sito unico. In un passaggio del suo libro “I rifiuti nucleari: sfida tecnologica o politica?” (2003, Armando editore) spiega che le decisioni sono ormai schiave della ricerca di consenso, e non più «affrontate con criteri razionali e obiettivi». I fatti sembrano dargli ragione. Dopo una serie di sollevazioni popolari a Scanzano, il 24 dicembre 2003 passa una nuova legge (sempre Berlusconi primo ministro): il Deposito nazionale dev’essere trovato e realizzato entro il 31 dicembre 2008, ma non si dice dove. Le prescrizioni sono tuttavia precise: va scelto con criteri ben diversi da quelli che ispirarono la collocazione del nucleare negli anni ’70. Dovrà insomma essere lontano dalle case, e su un territorio dove la pioggia non fa troppi danni.
È però difficile scegliere la via più sicura dal punto di vista ambientale, perché la maxi-discarica non la vuole nessuno. E l’esecutivo cambia rotta, cerca una soluzione tampone. Dicembre 2004: con decreto ministeriale – un atto amministrativo rapido da applicare, ma senza valore di legge – il dicastero delle Attività produttive (guidato allora da Antonio Marzano, esecutivo Berlusconi) consente a Sogin d’iniziare comunque la dismissione degli impianti, anche se non esiste il Deposito unico. Viene creata sulla carta la “dismissione a metà”, che non può rispettare il criterio-base della dismissione completa. E cioè il rilascio dei terreni «esenti da vincoli di natura radiologica».
Ovvio che se si demoliscono una centrale o un punto di stoccaggio, ma non si sa dove smaltire le scorie, bisognerà farlo sul posto. Il ministero, nel corso degli anni, argomenterà senza troppi giri di parole il “Piano B”, che tecnicamente è in contrasto con la legge: «Lo riteniamo giustificato per la mancanza di una soluzione alternativa». Bosco Marengo è dunque il primo insediamento candidato a trasformarsi in discarica «temporanea», quello dove si potrebbe passare più in fretta dalla teoria alla pratica per poi dedicarsi al resto. Non è il più pericoloso: Saluggia, a cinquanta chilometri, contiene materiali dalla radioattività un milione di volte superiore. E anche lì, come a Trino Vercellese, è stato avviato l’iter per la “metamorfosi”, ma la procedura è assai macchinosa. Ci vuole insomma un grimaldello, e se passasse il restyling di Bosco per il governo sarebbe l’ideale. Gian Piero Godio è il presidente di Legambiente Piemonte. E spiega: «La nascita dei depositi temporanei è folle. Alcuni luoghi sono completamente inadeguati, tipo Saluggia dove c’è stata un’alluvione nel 2000. E poi, quanto sarebbero provvisori? Quanto costa seppellire momentaneamente i rifiuti, poi ri-tirarli fuori e portarli da un’altra parte in futuro? Si può credere che andrà davvero così?». Il ministero deve accelerare e Bosco rappresenta l’anello più debole della catena, la bandierina da piantare a tutti i costi per velocizzare un minimo il rilancio del nucleare di nuova generazione. Non ci sono più barre, ma “solo” 80 tonnellate di ossido di uranio stipate in 550 fusti: da un capannone sigillato, li dovrebbero “tombare” nel cemento.
IN QUESTA PARTITA pure gli enti locali, che per sopportare il fardello del post-nucleare ricevono dei contributi, potrebbero giocare un ruolo determinante. Regione (presidente Mercedes Bresso, centrosinistra), Provincia (presidente Paolo Filippi, centrosinistra) e Comune (sindaco Angela Lamborizio, lista civica appoggiata dal centrodestra) interpellati a titolo consultivo si definiscono «favorevoli» alla discarica provvisoria. Il loro assenso è basato sulla certezza che entro il 2020 (ricordiamo: rientro dalla Francia di altri rifiuti) le scorie finiranno altrove. E ribadiscono che così come sono, in superficie da una vita, risultano assai più pericolose che se fossero nel cemento. «La dismissione- insiste il sindaco – è già iniziata, interromperla ora espone a pericoli per la salute». È probabilmente con questa convinzione che il Consiglio di Stato ha fatto ripartire tutto con un blitz in mezza giornata. Godio, quello di Legambiente, la mette giù un po’ diversa: «Sarebbe comprensibile se li avessero autorizzati a riprendere temporaneamente i lavori per concludere qualche singolo intervento, preliminare e magari già avviato. Ma sull’operazione complessiva, è già previsto che il Consiglio di Stato si pronunci il prossimo 16 giugno». Sarà quella, insomma, la data clou che permetterà di capire se il piano delle discariche «provvisorie» (non proprio uniformi alla legge, ma fondamentali per ripartire con i progetti sull’energia nucleare) può proseguire in grande stile. Nel frattempo il sindaco Lamborizio, che vede ballare sulla pelle del suo paese scelte fondamentali per troppa gente, non si scompone: «Guardi, qui è nato il nostro Cavallera (Ugo, consigliere regionale Pdl ed ex assessore all’ambiente in Regione). È amicissimo del ministro Scajola. E ci hanno assicurato, personalmente, che i depositi di rifiuti radioattivi in Italia saranno as-so-lu-ta-men-te temporanei». Ora si volta verso la finestra: Pio V è sempre rassicurante, ormai da cinquecento anni.