nucleare no grazie

azione legale contro il deposito di scorie nucleari di Alessandria

Nuova vittoria al Tar del Piemonte!

Pubblicato da webmaster su 21/06/2009

Respinto il tentativo di scippo si spostare il nostro ricorso anti nucleare al Tar del Lazio.
La I Sezione del TAR Piemonte con la sentenza n. 1736 del 2009 ha rigettato il “regolamento di competenza” opposto per conto del governo da Sogin (società gestione impianti nucleari) nel corso del giudizio.
Dopo il nostro ricorso, la Sogin si era costituita al Tar data 13/5/2009, aveva depositato memoria in data 15/5/2009 ed ha discusso in camera di consiglio in data 21/5/2009 senza mai sollevare eccezione di incompetenza territoriale del TAR Piemonte.
L’ha sollevata dopo, quando il Tar le ha dato torto, cioè nell’evidente intento di sottrarre la competenza ad un Tar che aveva manifestato un orientamento a lei sfavorevole, che lei ritiene nel merito anticipatorio alla decisione definitiva, che quanto meno vuole ritardare. Il Tar aveva infatti sospeso i lavori di smantellamento dell’impianto nucleare di Bosco Marengo (AL) e di costruzione di un deposito nucleare a tempo indeterminato, in violazione delle leggi e creando grave pericolo alle popolazioni.

Sogin chiedeva lo spostamento del nostro ricorso dal Tar del Piemonte al Tar del Lazio sostenendo che l’impatto ambientale prodotto dalle operazioni in corso non ha conseguenze locali bensì nazionali. L’impatto ambientale, dopo essere stato strenuamente negato da Sogin, veniva strumentalizzato per sostenere “l’evidente carattere di pericolosità nazionale” (sic). In realtà il raggio di azione della radioattività prodotta dagli sversamenti autorizzati nello smantellamento e/o da eventuali incidenti (terremonto, attentato, aereo sul deposito ecc.) non esula dal territorio della regione Piemonte. Il Tar del Piemonte le ha dato torto, confermando la propria competenza.

L’istanza di regolamento di competenza territoriale formulata da Sogin è stata dichiarata dal Tar Piemonte, dunque, inammissibile e infondata.

Una grande vittoria.

Cosa escogiterà ora Sogin (il Governo) con la sua tattica dello scippo e del rinvio, per sottrarsi al giudizio del tribunale?

Nel frattempo è ricorsa al Consiglio di Stato sostenendo che la sospensione dei lavori decretata dal Tar… sarebbe pericolosa per le popolazioni. Incredibile. Una tesi assurda. L’incolumità pubblica sarebbe viceversa attentata in caso di prosecuzione dei lavori, con lo scarico di materiali radioattivi sia sotto forma di effluenti liquidi (rio Lovassina) che di effluenti aeriformi.

Noi ribadiamo la sospensione dei lavori, il mantenimento dell’impianto nel programma di “custodia protettiva passiva”, al quale è per legge obbligata Sogin, in sicurezza come è avvenuto finora. In attesa dell’individuazione dell’idoneo Deposito nazionale previsto dalla legge dove conferire le scorie nucleari di Bosco e degli altri siti italiani, cioè con il rilascio del sito esente da vincoli di natura radiologica, prato verde, senza deposito, come prevede la legge.

L’udienza al Consiglio di Stato a Roma è fissata per il 30 giugno. Altre spese che non siamo in grado di sostenere. Stanno tentando di prenderci per fame.

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Beppe Grillo parla della nostra battaglia

Pubblicato da webmaster su 19/06/2009

DAL BLOG DI BEPPE GRILLO:

Il Piemonte è una regione radioattiva. Grazie ai centri di Saluggia, Trino e Bosco Marengo è prima assoluta in Italia per le scorie radioattive. L’85% delle scorie. Un record insuperabile. Per la vecchia regola che spazzatura chiama spazzatura (provate a buttare un sacchetto per strada e per miracolo in poco tempo ne appariranno altri dieci), le scorie piemontesi chiamano altre scorie. Obiettivo 99%. La società Sogin si occupa di rifiuti nucleari, dovrebbe quindi trovare una collocazione più sicura per quelli esistenti in Piemonte. Che sono vicini a centri abitati, alla Dora Baltea, a falde acquifere. Sogin invece raddoppia. E vuole costruire un sito nucleare a Bosco Marengo. Le associazioni di cittadini bloccano Sogin con un ricorso al Tar. Sogin si rivolge al Consiglio di Stato. I membri delle associazioni mi hanno chiesto aiuto e visibilità sul blog. Se vince Bosco Marengo in Italia nessuno potrà costruire una centrale senza l’assenso dei cittadini. E’ una battaglia importante. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. … [continua]

http://www.beppegrillo.it/2009/06/piemonte_radioattivo.html?s=n2009-06-19

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Altre notizie sulla battaglia di Bosco Marengo

Pubblicato da webmaster su 18/06/2009

In rete potete trovare altre fonti informative su:

Gruppo Facebook http://www.facebook.com/group.php?gid=112855099358#/group.php?gid=112855099358&ref=nf

Città futura

http://www.cittafutura.al.it

The news paper
http://www.thenewspaper.it sezione news in home page

Libre, associazione di idee

http://www.libreidee.org/2009/06/clamoroso-beppe-grillo-salva-la-vertenza-anti-nucleare/

http://www.libreidee.org/2009/06/nucleare-alessandria-ludienza-slitta-al-30-giugno/

Terranauta

http://www.terranauta.it/a1140/nucleare/16_giugno_sentenza_decisiva_sul_deposito_radioattivo_di_alessandria_.html

Altre Notizie

http://www.altrenotizie.org

ed inoltre su molti Meetups di Beppe Grillo e sul suo blog

http://www.beppegrillo.it/2009/06/gli_obiettivi_p/index.html?s=n2009-06-11

Inoltre su carta, vi consigliamo di leggere:

Daniele Rovai IL NUCLEARE IMPOSSIBILE – edizioni UTET – Bettini e Nebbia

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Sogin adotta la tattica del rinvio

Pubblicato da webmaster su 16/06/2009

Consiglio di Stato, 16 giugno. Grave (ennesima) scorrettezza della Sogin che ha presentato documenti all’ultimo minuto, provocando le proteste del nostro avvocato e l’irritazione dei consiglieri, impossibilitati all’esame dei nuovi atti, e provocando il rinvio all’udienza del 30 giugno. Ad un immediato esame, vista sotto il profilo penale l’assenza delle prescritte autorizzazioni ai lavori, la documentazione prodotta risulterà addirittura un boomerang per Sogin.
Con questa riproposta tattica del rinvio la Sogin ha impedito al Consiglio di Stato di confermare o revocare la precedente ordinanza. Noi andiamo in seria difficoltà, non sul piano del merito che ci vede sicuri e convinti, ma per la difficoltà di sostenere ulteriori spese.

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Ore decisive per il nucleare

Pubblicato da webmaster su 15/06/2009

Le due date decisive per la vertenza sul nucleare in Italia:

1) 16 giugno 2009 Consiglio di Stato Sez. IV
2) 18 giugno 2009 Tar del Piemonte Sez. I

1) 16 giugno 2009 Consiglio di Stato Sez. IV. Medicina democratica, Legambiente, Pro Natura ecc. chiedono l’annullamento del decreto inaudita altera parte del Consiglio di Stato che aveva sospeso l’efficacia esecutiva dell’ordinanza del Tar Piemonte che a sua volta aveva bloccato come pericolosi e illegali i lavori di smantellamento dell’impianto nucleare di Bosco Marengo (AL) e di relativa costruzione di un deposito nucleare a tempo indeterminato.

Erroneamente, il consigliere del Consiglio di Stato facente funzioni avrebbe, infatti, “ratificato” ex post quanto unilateralmente deciso da SOGIN, senza alcuna verifica circa l’idoneità del sito di Bosco Marengo ad ospitare – quantomeno fino al 2020 – un deposito di rifiuti radioattivi e senza accertare l’impatto sull’ambiente e sulla salute dei cittadini connesso alle modalità operative imposte da SOGIN: quest’ultima ha addirittura stipulato con Despe s.r.l. il contratto di appalto per la demolizione, la movimentazione e il posizionamento delle apparecchiature e degli impianti esistenti presso il sito nucleare di Bosco Marengo ancor prima di ottenere l’autorizzazione del Ministero ( impugnata nel nostro ricorso al Tar) .

I lavori e le relative modalità di esecuzione oggetto di tale contratto di appalto sono state concordate tra SOGIN e l’appaltatrice addirittura con specifica tecnica del 19/10/2007 ovvero con più di un anno d’anticipo rispetto all’autorizzazione impugnata.

L’appello di SOGIN al Consiglio di Stato deve essere letto quale tentativo di evitare i pregiudizi economici derivanti dall’annullamento e/o nullità o comunque dalla risoluzione del predetto contratto – incredibilmente stipulato prima che i lavori fossero autorizzati – e non certo quale azione a difesa dell’incolumità pubblica (Sogin ha chiesto al Consiglio di Stato la ripresa dei lavori altrimenti adducendo… un grave pericolo per le popolazioni, come se l’impianto non fosse più in sicurezza, insicurezza che non potrebbe che essere imputata penalmente a Sogin stessa quale soggetto istituzionalmente tenuto alla conservazione dell’impianto ) .

L’incolumità pubblica sarebbe viceversa attentata in caso di prosecuzione dei lavori, con lo scarico di materiali radioattivi sia sotto forma di effluenti liquidi (rio Lovassina) che di effluenti aeriformi.

Noi ribadiamo la sospensione dei lavori, il mantenimento dell’impianto nel programma di “custodia protettiva passiva”, al quale è per legge obbligata Sogin, in sicurezza come è avvenuto finora. In attesa dell’individuazione dell’idoneo Deposito nazionale previsto dalla legge dove conferire le scorie nucleari di Bosco, cioè con il rilascio del sito esente da vincoli di natura radiologica, prato verde, senza deposito, come prevede la legge.

In definitiva noi riteniamo che l’impatto sull’ambiente e sulla salute degli abitanti di Alessandria dell’attività di decommissioning concepita in più fasi (comprensive di una fase intermedia nella quale è prevista la realizzazione di un deposito temporaneo) risulta maggiormente pregiudizievole rispetto all’impatto che produrrebbe il mantenimento dello stato di “custodia protettiva passiva” e lo smantellamento effettuato in un’unica soluzione dopo il reperimento e la realizzazione del deposito definitivo dei rifiuti radioattivi

2 ) 18 giugno 2009 Tar del Piemonte Sez. I Dopo il nostro ricorso, la Sogin si era costituita al Tar data 13/5/2009, aveva depositato memoria in data 15/5/2009 ed ha discusso in camera di consiglio in data 21/5/2009 senza mai sollevare eccezione di incompetenza territoriale del TAR Piemonte.

L’ha sollevata dopo, quando il Tar le ha dato torto, cioè nell’evidene intento di sottrarre la competenza ad un Tar che aveva manifestato un orientamento a lei sfavorevole, che lei ritiene nel merito anticipatorio alla decisione definitiva, che quanto meno vuole ritardare.

Lo spostamento al Tar del Lazio sarebbe, secondo Sogin, dovuto al fatto che l’impatto ambientale prodotto dalle operazioni in corso non ha conseguenze locali bensì nazionali. L’impatto ambientale, dopo essere stato strenuamente negato da Sogin, viene strumentalizzato per sostenere “l’evidente carattere di pericolosità nazionale” (sic). In realtà il raggio di azione della radioattività prodotta dagli sversamenti autorizzati e/o da eventuali incidenti (aereo sul deposito) non esula dal territorio della regione Piemonte. Dunque di competenza del Tar Piemonte.

L’istanza di regolamento di competenza territoriale formulata da Sogin è, dunque, manifestatamente inammissibile, oltrechè tardivamente formulata e comunque infondata.

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Beppe Grillo salvatore della patria antinucleare, insieme a tutti

Pubblicato da webmaster su 10/06/2009

Una notizia fantastica. Quando abbiamo lanciato la seconda sottoscrizione popolare, senza soldi, eravamo col culo per terra come chi è stato scippato per strada. C’è stata una ribellione generale: non è giusto, è intollerabile la prepotenza del potere. Ma non si è solo gridato, sono riprese anche le sottoscrizioni. Fra tutte, risolutiva in questo momento, è stata quella che abbiamo cercato e trovato, quella di Beppe Grillo, vero “salvatore della patria”.

Siamo così in grado con l’avvocato Mattia Crucioli di farci le ragioni il 16 giugno al Consiglio di Stato per cercare di bloccare i lavori di smantellamento impianto e di discarica abusiva nucleari, e il 18 giugno al Tar del Piemonte per cercare di impedire lo scippo del Governo.

Beppe Grillo in questa battaglia, auspichiamo: alla guida di questa vertenza nazionale, col suo riscontro mediatico è una garanzia anche in prospettiva. La partita che si gioca a Bosco Marengo, infatti, non è su un campetto di periferia ma condizionerà il rilancio del nucleare in Italia. L’hanno capita le popolazioni degli ex impianti nucleari e delle nuove sedi ipotizzate, gli antinuclearisti italiani tutti. Ci auguriamo che anche i grandi partiti e associazioni nazionali, che a parole si dicono contro il nucleare, passino dalle parole ai fatti. Intanto contiamo sulle nostre forze. I versamenti continuino.

Lino Balza

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Senza soldi, costretti a rinunciare al ricorso?

Pubblicato da webmaster su 07/06/2009

Alla faccia de “La legge è uguale per tutti”. In tribunale neppure puoi entrare, se non trovi i soldi. Il Governo li ha, tanti, i nostri. Noi non li abbiamo per presentarci a Roma di fronte al Consiglio di Stato. La Sogin (società per la gestione impianti nucleari), cioè il Governo, con un blitz dei suoi strapagati avvocati, ha infatti scippato da Torino a Roma il nostro ricorso annullando la vittoriosa sentenza con la quale il Tar del Piemonte aveva, bocciando il decreto ministeriale fuorilegge, stoppato i lavori di demolizione dell’impianto nucleare di Bosco Marengo (Alessandria) e di conseguente costruzione di un pericoloso deposito nucleare “provvisorio, a tempo indeterminato”, cioè definitivo, pericoloso alla sicurezza delle generazioni presenti e future.

Con il suo golpe nucleare, invece di individuare il deposito nazionale previsto dalla legge per custodire in sicurezza per millenni le scorie radioattive, invece di bonificare gli ex impianti di Bosco Marengo, Trino, Saluggia, Latina, Sessa Aurunca, il Governo intende destinarli a discariche di se stessi. Lo scippo è il segno inequivocabile di quanto sia importante su scala nazionale la partita energetica iniziata a Bosco Marengo. Infatti una sentenza definitiva “no nucleare” a Bosco Marengo, caso pilota, sarebbe un precedente valido per tutta l’Italia, con effetto domino, una zeppa di traverso ai binari del treno nucleare italiano, come ha affermato il Governo stesso in caso di pronunzia definitiva a favore del nostro ricorso: “L’intera strategia sin qui adottata andrebbe rivista in relazione a tutti gli impianti nucleari presenti nel territorio italiano”.

Spostando la sede di giudizio dal Tar del Piemonte al Consiglio di Stato, lo scippo legale del Governo ha quintuplicato i costi, da 4 a 20 mila euro, in modo che la generosa sottoscrizione popolare che aveva vinto il ricorso al Tar non è più sufficiente. I conti correnti bancario e postale sono sempre aperti per una sottoscrizione straordinaria. Senza soldi, siamo costretti a rinunciare il 16 giugno a costituirci in giudizio, costretti a perdere pur avendo ragione e probabilità di vincere. Un triste annuncio. Un momento drammatico. D’altronde facciamo quello che le nostre forze ci consentono. Le associazioni e i partiti nazionali, che a parole si dicono contro il rilancio del nucleare, e per i quali 20 mila euro non sarebbero una cifra astronomica, non danno nessun contributo per inceppare lo smaltimento illegale delle scorie nucleari e il successivo rilancio delle centrali.

Lino Balza

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Il ricorso scippato

Pubblicato da webmaster su 06/06/2009

La Sogin (ex Fabbricazioni Nucleari) sta tentando di scippare il ricorso al Tar del Piemonte – che le aveva dato torto – e spostarlo a Roma. Scippo legale, ma pur sempre di scippo si tratta. Per maggiori informazioni, riproduciamo un articolo di prima pagina de Il Secolo XIX.

Lino Balza,  Medicina Democratica

Nucleare, il blitz della discarica in Piemonte

di Matteo Indice,  da “Il Secolo XIX” del 30 maggio 2009

Bosco Marengo, piccolo centro piemontese, al centro di una delicata partita giudiziaria. Il Consiglio di Stato riavvia in poche ore il sito provvisorio di scorie radioattive. La legge lo vieterebbe

BOSCO MARENGO (ALESSANDRIA). Nella piazza principale del paese la statua di Papa Pio V – il concittadino più illustre – ha un braccio alzato per benedire tutti. E cinque secoli dopo forse ce n’è bisogno, in quest’angolo di Piemonte punteggiato di campi e cascine e fabbriche. Perché Bosco Marengo, 2500 anime a sessanta chilometri scarsi da Genova, ha rischiato d’essere il granello di sabbia che inceppa lo smaltimento delle scorie nucleari in Italia, e il successivo rilancio delle centrali. Almeno finché il Consiglio di Stato, con un pronunciamento a tempo di record nella nazione della giustizia-lumaca, non ha rimesso in moto (per ora) un meccanismo che frulla interessi enormi . I fatti. Con un’ordinanza del 22 maggio scorso il Tar piemontese aveva stoppato la demolizione dell’ex Fabbricazioni Nucleari, che negli anni ’80 produceva combustibili per reattori e contiene tuttora – come altre località italiane – prodotti radioattivi. Il ministero dello Sviluppo economico, con un decreto ad hoc, aveva ordinato che dopo essere stata demolita diventasse discarica di se stessa, ancorché «provvisoria». Peccato che una legge di sei anni fa dicesse l’opposto, obbligando per motivi di sicurezza a convogliare i rifiuti e gli eventuali residui di smantellamento sparsi in tutt’Italia, in un luogo unico ed «entro il 31 dicembre 2008». Quel posto non è mai stato individuato. E con la necessità di liberarsi dei materiali esausti e ormai inutilizzabili, per poter ragionare sulla nascita delle nuove centrali, si è cercata una specie di scorciatoia. Ovvero: non più una Grande discarica, ma tante e «temporanee» in corrispondenza dei vecchi siti nucleari (centrali o punti di stoccaggio), in attesa di trovare quel singolo buco che forse non comparirà mai. Si doveva cominciare proprio da Bosco Marengo, centro piccolo, un «caso pilota». Ed ecco che bocciata dai magistrati l’opzione Bosco, rischiava di prodursi un effetto domino: negli altri luoghi destinati a ospitare le scorie, i giudici potrebbero infatti dire no contando sul precedente creato in provincia di Alessandria. E senza una pista precisa per lo smaltimento, s’allungherebbero a dismisura i piani di lancio degli impianti futuri.

Giovedì pomeriggio, nuovo exploit: il Consiglio di Stato (il secondo grado del Tar) ha cancellato lo stop dopo aver ricevuto al mattino il ricorso del gestore, dando nuovamente via libera. Una decisione-lampo presa senza interpellare le associazioni ambientaliste (che avevano vinto il primo round tramite l’avvocato Mattia Crucioli) e adottata «per motivi di gravissima urgenza». Un segno, inequivocabile, di quanto sia importante su scala nazionale la partita energetica iniziata in un piccolo centro di campagna. Perché se passa lì la filosofia delle discariche provvisorie, è probabile si riesca a farle anche altrove.

INEVITABILI DOMANDE. Il decreto ministeriale su Bosco Marengo, salvato in corner dal Consiglio di Stato, era (ed è) un blitz per velocizzare attraverso una porta di servizio la politica dello smaltimento a macchia di leopardo, che la legge in teoria esclude? Ancora: quanto sarebbe «temporanea» la presenza dei rifiuti nucleari sepolti qua e là? C’è un ultimo dettaglio. A partire dal 2020, l’Italia dovrà riprendersi tonnellate di materiali radioattivi spediti in Francia. Se non avranno ancora trovato il Deposito unico, chi si dividerà la torta francese?Si può provare a rispondere solo ripercorrendo la storia da cima a fondo, senza allarmismo. E con una precisazione. Sono stati i tecnici del ministro Claudio Scajola, a specificare con un lungo dossier inviato ai giudici, quali potrebbero essere le ripercussioni dello stop in Piemonte: «Comporterebbe – insistono – la necessità di rimodulare la situazione su tutti gli impianti nucleari». Il temutissimo blocco in effetti era arrivato, ma altri giudici lo hanno ribaltato nello spazio d’una settimana. Torniamo indietro, allora. Dopo Chernobyl’ (1986) e il referendum del 1987, centrali e depositi nucleari restano nella fase di “custodia protettiva passiva”: ferme ma non demolite, sottoposte a vigilanza e manutenzione in attesa d’imboccare la strada dello smantellamento. Che prende forma dal 1999, quand’è costituita la Sogin (Società gestione impianti nucleari spa, ministero delle Finanze socio unico e fondi ottenuti in parte con le bollette della luce) il cui compito primario è gestire la chiusura dei macchinari e lo smaltimento dei rifiuti. Non proprio tutti i centri finiscono sotto l’ala di Sogin. L’azienda pubblica controlla per esempio le quattro centrali (Trino vercellese, Caorso, Latina e Sessa Aurunca in provincia di Caserta), ma non si occupa direttamente dell’enorme deposito di Saluggia (Vercelli), in mano alla Avogardo srl.

SOGIN GESTISCE, anche, l’ex Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo. Dove la gente del posto, nel triennio precedente (’96-’99) si era già mobilitata per dire no alla trasformazione in un polo di trattamento rifiuti. «Dentro la fabbrica – ricorda Giulio Armano, ambientalista allora come oggi – c’era ancora un centinaio di dipendenti (attualmente sono 40) e ci colpì la difficoltà nell’ottenere informazioni». Riprendiamo quindi dalla Sogin e dalla necessità di smantellare in tutt’Italia. Il vicolo cieco da cui non si esce è il Deposito Nazionale dei residuati radioattivi. Dove si fa? Nel 2003 (secondo governo Berlusconi) sembra quasi fatta per Scanzano Ionico, Basilicata. La zona è considerata sicura, circondata da saline che potrebbero rappresentare la tomba “ideale” delle scorie. E va ricordato che molti studiosi considerano lo smaltimento come la parte meno pericolosa. Fra loro Piero Risoluti, direttore fino al 2001 della speciale task force dell’Enea per determinare il sito unico. In un passaggio del suo libro “I rifiuti nucleari: sfida tecnologica o politica?” (2003, Armando editore) spiega che le decisioni sono ormai schiave della ricerca di consenso, e non più «affrontate con criteri razionali e obiettivi». I fatti sembrano dargli ragione. Dopo una serie di sollevazioni popolari a Scanzano, il 24 dicembre 2003 passa una nuova legge (sempre Berlusconi primo ministro): il Deposito nazionale dev’essere trovato e realizzato entro il 31 dicembre 2008, ma non si dice dove. Le prescrizioni sono tuttavia precise: va scelto con criteri ben diversi da quelli che ispirarono la collocazione del nucleare negli anni ’70. Dovrà insomma essere lontano dalle case, e su un territorio dove la pioggia non fa troppi danni.

È però difficile scegliere la via più sicura dal punto di vista ambientale, perché la maxi-discarica non la vuole nessuno. E l’esecutivo cambia rotta, cerca una soluzione tampone. Dicembre 2004: con decreto ministeriale – un atto amministrativo rapido da applicare, ma senza valore di legge – il dicastero delle Attività produttive (guidato allora da Antonio Marzano, esecutivo Berlusconi) consente a Sogin d’iniziare comunque la dismissione degli impianti, anche se non esiste il Deposito unico. Viene creata sulla carta la “dismissione a metà”, che non può rispettare il criterio-base della dismissione completa. E cioè il rilascio dei terreni «esenti da vincoli di natura radiologica».

Ovvio che se si demoliscono una centrale o un punto di stoccaggio, ma non si sa dove smaltire le scorie, bisognerà farlo sul posto. Il ministero, nel corso degli anni, argomenterà senza troppi giri di parole il “Piano B”, che tecnicamente è in contrasto con la legge: «Lo riteniamo giustificato per la mancanza di una soluzione alternativa». Bosco Marengo è dunque il primo insediamento candidato a trasformarsi in discarica «temporanea», quello dove si potrebbe passare più in fretta dalla teoria alla pratica per poi dedicarsi al resto. Non è il più pericoloso: Saluggia, a cinquanta chilometri, contiene materiali dalla radioattività un milione di volte superiore. E anche lì, come a Trino Vercellese, è stato avviato l’iter per la “metamorfosi”, ma la procedura è assai macchinosa. Ci vuole insomma un grimaldello, e se passasse il restyling di Bosco per il governo sarebbe l’ideale. Gian Piero Godio è il presidente di Legambiente Piemonte. E spiega: «La nascita dei depositi temporanei è folle. Alcuni luoghi sono completamente inadeguati, tipo Saluggia dove c’è stata un’alluvione nel 2000. E poi, quanto sarebbero provvisori? Quanto costa seppellire momentaneamente i rifiuti, poi ri-tirarli fuori e portarli da un’altra parte in futuro? Si può credere che andrà davvero così?». Il ministero deve accelerare e Bosco rappresenta l’anello più debole della catena, la bandierina da piantare a tutti i costi per velocizzare un minimo il rilancio del nucleare di nuova generazione. Non ci sono più barre, ma “solo” 80 tonnellate di ossido di uranio stipate in 550 fusti: da un capannone sigillato, li dovrebbero “tombare” nel cemento.

IN QUESTA PARTITA pure gli enti locali, che per sopportare il fardello del post-nucleare ricevono dei contributi, potrebbero giocare un ruolo determinante. Regione (presidente Mercedes Bresso, centrosinistra), Provincia (presidente Paolo Filippi, centrosinistra) e Comune (sindaco Angela Lamborizio, lista civica appoggiata dal centrodestra) interpellati a titolo consultivo si definiscono «favorevoli» alla discarica provvisoria. Il loro assenso è basato sulla certezza che entro il 2020 (ricordiamo: rientro dalla Francia di altri rifiuti) le scorie finiranno altrove. E ribadiscono che così come sono, in superficie da una vita, risultano assai più pericolose che se fossero nel cemento. «La dismissione- insiste il sindaco – è già iniziata, interromperla ora espone a pericoli per la salute». È probabilmente con questa convinzione che il Consiglio di Stato ha fatto ripartire tutto con un blitz in mezza giornata. Godio, quello di Legambiente, la mette giù un po’ diversa: «Sarebbe comprensibile se li avessero autorizzati a riprendere temporaneamente i lavori per concludere qualche singolo intervento, preliminare e magari già avviato. Ma sull’operazione complessiva, è già previsto che il Consiglio di Stato si pronunci il prossimo 16 giugno». Sarà quella, insomma, la data clou che permetterà di capire se il piano delle discariche «provvisorie» (non proprio uniformi alla legge, ma fondamentali per ripartire con i progetti sull’energia nucleare) può proseguire in grande stile. Nel frattempo il sindaco Lamborizio, che vede ballare sulla pelle del suo paese scelte fondamentali per troppa gente, non si scompone: «Guardi, qui è nato il nostro Cavallera (Ugo, consigliere regionale Pdl ed ex assessore all’ambiente in Regione). È amicissimo del ministro Scajola. E ci hanno assicurato, personalmente, che i depositi di rifiuti radioattivi in Italia saranno as-so-lu-ta-men-te temporanei». Ora si volta verso la finestra: Pio V è sempre rassicurante, ormai da cinquecento anni.

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Il TAR del Piemonte blocca la realizzazione del deposito nucleare di Bosco Marengo (Alessandria)

Pubblicato da webmaster su 25/05/2009

nukenograzie-webIl Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte ha sospeso, con ordinanza depositata il 22 maggio 2009 scorso, la realizzazione di un deposito nucleare a Bosco Marengo in provincia di Alessandria. Il deposito era stato pensato dalla SOGIN (l’azienda creata nel 1999 per gestire e curare lo smantellamento degli impianti nucleari italiani) per contenere i rifiuti radioattivi derivanti dal “decommissioning” dell’impianto ex-ENEA FN-Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo. L’impianto alessandrino ha operato dal 1973 al 1995 fabbricando combustibili per le centrali nucleari italiane (ricariche della centrale di Garigliano, prima carica e ricariche per Caorso, ricariche per Trino) e anche per reattori esteri. I materiali nucleari lavorati sono stati l’uranio depleto, l’uranio naturale e l’uranio arricchito fino al 5%.
Alla fine del 1995 l’ENEA, azionista pressoché esclusivo della FN, ha deciso di non proseguire ulteriormente le attività di fabbricazione di combustibili nucleari e di procedere alla disattivazione dell’impianto. Sin dal 1996 è stato presentato un piano di disattivazione, ma a seguito di rilievi mossi da varie amministrazioni, il piano è stato revisionato. La nuova edizione del piano è stata presentata alle amministrazioni alla fine del 2002. Nel frattempo si è provveduto ad alienare, trasferendolo all’estero, parte del materiale nucleare detenuto e a risistemare i rifiuti radioattivi già prodotti.

Ora, a seguito del ricorso al TAR effettuato da questo coordinamento, è stata  eccepita la sensatezza e soprattutto la legalità di una previsione che vedrebbe la SOGIN disseminare depositi nucleari in ciascuno dei siti esistenti: una legge dello Stato, la 368/2003, impone invece che, per i rifiuti radioattivi già esistenti, si debba realizzare un deposito unico e centralizzato, in un luogo scelto con tutte le possibili attenzioni al fine di rendere minime le conseguenze di un eventuale rilascio di radioattività e l’impatto sul territorio.

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